Ecco come scegliamo dove investire: Rocío Pillado (Adara Ventures)
L’intelligenza artificiale sta riscrivendo le regole dell’innovazione, ma anche quelle del venture capital. Se fino a pochi anni fa bastava presentare una buona idea e una tecnologia promettente, oggi gli investitori cercano startup capaci di costruire vantaggi competitivi difficili da replicare, team con una visione globale e modelli di business sostenibili.
Ne parliamo con Rocío Pillado, partner di Adara Ventures, fondo europeo specializzato negli investimenti in startup deep tech, che racconta come stanno evolvendo i criteri di selezione nel venture capital e quali saranno le tecnologie destinate a creare il maggior valore nei prossimi anni.
Quali caratteristiche rendono oggi davvero investibile una startup AI?
«Una startup AI è davvero investibile quando possiede qualcosa di difficile da replicare oltre al modello: accesso privilegiato ai dati, una conoscenza profonda del settore, l’integrazione in un processo critico oppure un chiaro vantaggio distributivo.
Vediamo spesso due errori opposti. I founder molto tecnici, anche quando sviluppano una tecnologia straordinaria, tendono a sottovalutare quanto sia difficile vendere il prodotto, distribuirlo e costruire un’organizzazione commerciale.
Al contrario, i profili più orientati al business spesso sottovalutano quanto sia complesso costruire un’azienda realmente scalabile senza una forte differenziazione tecnologica.
Le aziende migliori nascono quando profondità tecnologica e ambizione commerciale crescono insieme.»
Quando un team ha il potenziale per costruire una startup globale?
«Nelle primissime fasi il team conta più del prodotto. Cerchiamo founder che abbiano una combinazione rara di competenze tecniche, ambizione internazionale, velocità di apprendimento e capacità di attrarre persone ancora più competenti di loro in aree specifiche.
Osserviamo con attenzione anche il modo in cui definiscono il problema. I team migliori non si innamorano della tecnologia che hanno costruito, ma comprendono con precisione quale problema stanno risolvendo, per chi e perché quel problema può trasformarsi in una categoria di mercato globale.»
Quali settori tecnologici sono oggi sottovalutati dagli investitori?
«Vediamo ancora grandi opportunità nell’AI industriale, nelle infrastrutture energetiche, nella salute computazionale e nelle tecnologie che aumentano affidabilità, sicurezza e fiducia nell’intelligenza artificiale.
Sono mercati che richiedono integrazioni profonde, dati difficili da ottenere e cicli commerciali più lunghi. Proprio per questo presentano spesso barriere all’ingresso molto più solide.
Al contrario, vediamo troppo entusiasmo attorno alle applicazioni AI orizzontali e agli agenti costruiti sugli stessi modelli, senza un reale controllo sui dati, sulla distribuzione o sui workflow.
Oggi è molto più semplice costruire un prodotto basato sull’intelligenza artificiale che costruire un’azienda AI destinata a durare. E il mercato, in molti casi, non distingue ancora abbastanza tra queste due realtà.»
Quanto è importante comprendere davvero la tecnologia per fare venture capital?
«Nel venture capital, soprattutto quando si investe nel deep tech, l’analisi finanziaria da sola arriva troppo tardi. Quando una startup presenta già metriche consolidate, una parte significativa dell’opportunità è spesso già incorporata nella valutazione.
Comprendere la tecnologia permette invece di distinguere un’innovazione autentica da una narrazione ben costruita, valutare rischi che ancora non emergono nei numeri e sviluppare convinzione prima del mercato.
La disciplina finanziaria resta essenziale, ma nelle fasi iniziali il vero vantaggio competitivo consiste nel capire ciò che una tecnologia può diventare, non soltanto quanto fattura oggi.»