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Edenred, il welfare come leva strategica per le PMI

 Edenred, il welfare come leva strategica per le PMI

In un contesto in cui le piccole e medie imprese rappresentano l’ossatura del sistema economico italiano, il welfare aziendale si afferma sempre più come uno strumento strategico per sostenere crescita, produttività e benessere organizzativo. Non si tratta più soltanto di benefit accessori, ma di un insieme di soluzioni capaci di incidere concretamente sulla qualità della vita delle persone e, di riflesso, sulle performance aziendali. Ne parliamo con Stefania Rausa, Chief Marketing & Product Officer di Edenred Italia, per approfondire il ruolo del welfare nelle PMI, le leve più efficaci emerse dai dati del Corporate Welfare Lab e le prospettive future di uno strumento sempre più centrale nella gestione delle risorse umane.

Dai dati del Corporate Welfare Lab emerge un aumento della produttività fino al 30%: quali sono le leve di welfare più determinanti per ottenere questo risultato nelle PMI?

È importante sottolineare che non esistono leve di welfare prestabilite o valide per tutte le aziende. Ogni impresa ha una popolazione aziendale diversa, spesso molto variegata per età, ruolo, contesto familiare e aspettative.
Proprio per questo il welfare è uno strumento particolarmente efficace: perché è in grado di rispondere a bisogni diversi attraverso soluzioni differenti. Parliamo di ambiti molto concreti della vita quotidiana, come la pausa pranzo, lo shopping, l’accesso alla sanità, il tempo libero o il supporto alla famiglia.
Quest’attenzione si traduce in maggiore benessere, coinvolgimento e, di conseguenza, in un miglioramento delle performance. I dati del Corporate Welfare Lab mostrano che l’aumento della produttività non dipende da una singola misura, ma dalla capacità del welfare di accompagnare le persone nella loro vita personale e professionale.

Perché l’impatto del welfare aziendale risulta particolarmente forte nelle imprese tra 50 e 250 dipendenti rispetto ad altre dimensioni aziendali?

Soprattutto nelle PMI, sono le persone a fare davvero la differenza. Mi spiego meglio: in organizzazioni di dimensioni più contenute, ogni contributo individuale ha un peso maggiore sul risultato complessivo dell’azienda.
Questo significa che ogni uscita comporta un impatto rilevante. Non si perde soltanto una risorsa, ma anche competenze specifiche, esperienza accumulata nel tempo, conoscenza dei processi e delle relazioni interne. A tutto questo si aggiungono i cosiddetti “costi invisibili”: il tempo necessario per sostituire una persona, formarla, riportare i flussi di lavoro a regime, con inevitabili rallentamenti e inefficienze.
In questo contesto il welfare diventa una leva strategica, perché contribuisce a rafforzare la stabilità organizzativa, a valorizzare il ruolo delle persone e a creare un contesto di lavoro più solido. Ed è anche per questo che, molto spesso, il suo impatto nelle PMI è ancora più immediato e tangibile rispetto alle realtà di dimensioni maggiori.

Quali ostacoli stanno ancora frenando la diffusione di piani di welfare strutturati nelle piccole imprese, dove l’adozione è ancora limitata?

L’ostacolo principale è ancora la percezione di complessità. Molte piccole imprese pensano al welfare come a una prerogativa delle grandi aziende o un insieme di strumenti difficili da gestire.
Eppure, dai dati del Corporate Welfare Lab emerge che nelle PMI è già molto diffuso quello che possiamo definire “welfare informale”: pratiche di welfare non strutturate ma concrete, come forme di flessibilità e attenzione alle esigenze personali. È un segnale importante, perché dimostra che la cultura del welfare esiste già, anche se spesso non viene riconosciuta come tale.
Il passaggio chiave è trasformare questo welfare informale in un approccio più consapevole e strutturato, partendo dall’ascolto delle persone. Capire quali sono i bisogni reali e come il welfare può rispondere in modo semplice e sostenibile permette di superare l’idea che si tratti di qualcosa di troppo complesso o lontano dalla realtà delle piccole imprese. In questo modo il welfare diventa uno strumento concreto, accessibile e realmente utile per le PMI, che costituiscono oltre il 90% del tessuto economico italiano.

Come può il welfare aziendale contribuire non solo alla produttività, ma anche alla retention dei talenti e alla riduzione del turnover, soprattutto tra i giovani?

Oggi il welfare è parte integrante dell’esperienza lavorativa. Non viene più percepito come un beneficio accessorio, ma come un indicatore della qualità del rapporto tra azienda e persone.
Questo aspetto è ancora più determinante per i giovani, che attribuiscono grande valore all’attenzione al benessere e alla qualità complessiva dell’ambiente di lavoro. Quando le persone si sentono ascoltate e accompagnate, si rafforza il legame con l’organizzazione.
Per le PMI questo è un fattore decisivo. Non sempre è possibile competere solo sul piano retributivo, ma si può costruire un contesto di lavoro più attento, più flessibile e più vicino ai bisogni reali. Il welfare contribuisce infatti alla retention e diventa una leva decisiva, capace di incidere tanto sulla produttività quanto sulla capacità di attrarre e trattenere i talenti nel tempo.

Redazione Corporate Community

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