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Dalla Bocconi a Manhattan: Alessandro Biggi e Avo, il food business italiano a New York

 Dalla Bocconi a Manhattan: Alessandro Biggi e Avo, il food business italiano a New York

A New York incontro Alessandro Biggi in uno store di Avo, la catena specializzata in bowl, smoothie e piatti a base di avocado che oggi conta cinque location: quattro a Manhattan e una a Brooklyn. La sua è la storia di un imprenditore italiano che ha scelto di misurarsi con uno dei mercati più competitivi al mondo, costruendo un’attività nel settore della ristorazione healthy senza puntare sui soliti stereotipi del Made in Italy.

Niente pizza o pasta come punto di partenza. La scommessa di Avo è un’altra: individuare un’esigenza concreta dei consumatori americani e trasformarla in un modello di business capace di crescere.

Da Modena alla Bocconi, fino alla Silicon Valley delle startup

Modenese di origine, Alessandro Biggi studia alla Bocconi di Milano e completa la propria formazione con un master a Barcellona. Il suo percorso professionale comincia nella finanza, prosegue nella consulenza a Milano e approda poi nel mondo delle startup, dove lancia una propria società che, dopo qualche tempo, vende.

La tappa successiva è H-Farm, l’ecosistema italiano dedicato all’innovazione e all’imprenditoria, che lo porta a Seattle per guidare una società del gruppo. Negli Stati Uniti Alessandro trascorre diversi anni, maturando un’esperienza diretta del mercato americano, delle sue opportunità e delle sue regole.

È qui che prende forma il passaggio successivo: trasferirsi a New York per costruire una nuova impresa nel settore food. Al suo fianco ci sono Francesco Brachetti, compagno di studi alla Bocconi, e lo chef Alberto Gramigni. Insieme fondano Avo, con l’obiettivo di portare sul mercato un’offerta semplice da capire, riconoscibile e adatta alle abitudini di consumo americane.

Aprire un’attività a New York: gli errori iniziali e la lezione del mercato

Fare impresa a New York è più difficile di quanto sembri. Alessandro lo riconosce senza cercare scorciatoie narrative: all’inizio lui e i soci sottovalutano la complessità del mercato, i costi di apertura e il peso della scelta della location. A Manhattan, in particolare, gli affitti possono incidere profondamente sulla sostenibilità economica di un’attività.

La risposta è partire in piccolo.

Nel 2017 i fondatori rilevano uno spazio di circa 500 piedi quadrati, poco più di 46 metri quadrati, all’interno della Industry City Food Hall di Brooklyn. Il locale non ha tavoli né posti a sedere: è pensato per l’asporto, con un modello operativo essenziale e una struttura iniziale contenuta. Il brand si chiama Avocaderia, un nome che richiama ironicamente il mondo della pizzeria.

La scelta si rivela tempestiva. L’avocado sta conquistando una crescente attenzione negli Stati Uniti e il progetto intercetta una tendenza alimentare nel momento giusto. L’apertura attira i media, si formano code davanti al locale e Avo guadagna rapidamente visibilità.

Poco dopo arriva anche la partecipazione a Shark Tank, il programma televisivo americano dedicato alle startup, dove Alessandro presenta il progetto e ottiene un investimento da Mark Cuban e Barbara Corcoran.

Ma la lezione più importante non è soltanto aver intercettato un trend. È aver capito come trasformare l’attenzione iniziale in un’attività capace di reggere nel tempo.

Il posizionamento di Avo: cibo sano che sazia davvero

Quale problema risolve Avo nel mercato americano? La risposta di Alessandro parte da un’osservazione concreta sulle abitudini alimentari negli Stati Uniti.

Da un lato c’è il fast food tradizionale, accessibile e saziante, ma spesso associato a un’alimentazione poco equilibrata. Dall’altro c’è una parte dell’offerta healthy che punta sulla leggerezza, ma che non sempre viene percepita come un pasto completo.

Avo si posiziona in mezzo: cibo sano, pratico e sufficientemente sostanzioso da diventare un vero pranzo o una cena.

È una proposta semplice, ma commercialmente rilevante. Il cliente non deve scegliere tra mangiare in fretta e mangiare bene: può trovare entrambe le cose nello stesso prodotto.

Questo posizionamento aiuta a costruire una clientela ricorrente, un elemento decisivo per qualsiasi attività di ristorazione. Un trend può portare curiosità e nuovi clienti; è la capacità di soddisfare un bisogno reale a convincerli a tornare.

Nel tempo, inoltre, l’offerta si è ampliata oltre il solo avocado. Il prodotto resta parte dell’identità del brand, ma il valore di Avo risiede soprattutto nella combinazione di praticità, gusto e attenzione alla qualità dell’alimentazione.

Da Brooklyn a Manhattan: come si costruisce un food business scalabile

Dopo il debutto a Brooklyn, Avo porta il proprio modello nel cuore di New York. Nel 2023 apre il flagship store al 245 di Fifth Avenue, nel quartiere di NoMad, tra il Flatiron Building e l’Empire State Building.

È un passaggio significativo: dalla prima location essenziale a un indirizzo centrale, in un mercato dove visibilità, flussi di persone e costi immobiliari rendono ogni scelta strategica.

Oggi Avo conta cinque locali tra Manhattan e Brooklyn. La crescita, però, non riguarda soltanto il numero delle aperture. Riguarda anche la capacità di costruire un’organizzazione che funzioni senza richiedere la presenza costante del fondatore in ogni punto vendita.

Ogni store ha un proprio manager e la gestione si basa su processi operativi sempre più strutturati. È una condizione fondamentale per passare da un’attività imprenditoriale legata direttamente ai suoi fondatori a un modello replicabile.

In questo percorso comincia a entrare anche l’intelligenza artificiale, con possibili applicazioni nei processi operativi. La tecnologia rappresenta una leva per migliorare l’efficienza, ma non sostituisce il lavoro necessario per costruire una squadra affidabile.

Tecnologia sì, ma il vero vantaggio competitivo resta il team

Guardando al futuro, Alessandro individua due priorità: investire maggiormente nella tecnologia e costruire un team solido, capace di ridurre il ricambio del personale nei singoli store.

Il primo obiettivo riguarda l’efficienza: rendere i processi più semplici, organizzati e sostenibili man mano che l’azienda cresce. Il secondo riguarda le persone, che restano centrali anche in un settore sempre più influenzato dall’automazione e dagli strumenti digitali.

La stabilità del personale non è soltanto una questione di gestione delle risorse umane. In un’attività di ristorazione, esperienza, continuità operativa e qualità del servizio incidono direttamente sulla relazione con il cliente e sulla capacità di mantenere standard omogenei tra diverse location.

Per questo, mentre Avo si prepara a una nuova apertura a Manhattan, la sfida non è soltanto crescere. È farlo senza perdere il controllo del modello operativo e della qualità dell’esperienza offerta.

Alessandro Biggi e Avo: cosa insegna fare impresa negli Stati Uniti

Dopo quasi dieci anni di esperienza americana, la storia di Alessandro Biggi offre uno spaccato concreto dell’imprenditoria italiana a New York. Non c’è soltanto l’ambizione di entrare in un mercato internazionale, ma il lavoro quotidiano necessario per affrontarne costi, complessità e concorrenza.

A colpire è soprattutto l’approccio. Alessandro parla poco di sogni imprenditoriali e molto di scelte, investimenti, organizzazione e problemi da risolvere. Il suo percorso tra Europa e Stati Uniti gli ha permesso di sviluppare una prospettiva internazionale, ma è la capacità di tradurre questa esperienza in un’attività operativa a fare la differenza.

Avo dimostra che per costruire un’impresa food negli Stati Uniti non è necessario replicare i modelli più riconoscibili della ristorazione italiana. Si può partire dall’Italia, leggere le esigenze del consumatore americano e costruire un brand intorno a un prodotto diverso, purché esista una proposta di valore chiara e un modello economico sostenibile.

La lezione, per chi guarda al mercato americano dall’Italia, è semplice: un’intuizione può aprire la porta, ma sono il posizionamento, l’esecuzione e la capacità di organizzare il business a determinare quanto lontano si può arrivare.

Corporate Community Editorial Team

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